La riflessione che seguirà è frutto di una passeggiata tra le rovine di Aquileia fatta con i colleghi Lorenzo Cotrer ed Elisa Mansutti. Le parole che verranno sono la sintesi delle considerazioni fatte durante il nostro itinerario.
Questo antico sito archeologico, immerso in una varietà di elementi naturali e manufatti sovrapposti, conserva ancora numerosi segreti da rivelare e allo stesso tempo deve convivere con le diverse modalità di fruizione della città. Il testo non vuole dare risposte, ma attraverso la passeggiata, esporre una serie di riflessioni che troviamo utili sul concetto di architettura, archeologia, paesaggio e di come questi temi possano e debbano dialogare. Il nostro tour inizia in piazza Pirano, dove trova sede il museo Nazionale Paleocristiano, per poi proseguire su via Salvemini oggetto di intervento dell’architetto Francesco Steccanella. Il percorso, pavimentato con arenaria di Muggia comprende una passeggiata pedonale e una carreggiata riservata a frontisti e autobus turistici; una serie di sedute rivestite da lastre di arenaria sono dedicate alla sosta e alla collocazione di reperti archeologici. Qui, l’architetto, richiama i resti scoperti durante i lavori, utilizzando come intarsi nella pavimentazione lastre di pietra d’Istria, così da richiamare le dimensioni e l’orientamento delle strutture antiche. Avvicinandoci all’ingresso della via Sacra, sulla destra troviamo il primo spazio sospeso del nostro percorso: l’area di scavo denominata domus dei Putti Danzanti. Qui, l’accesso vietato evidenzia quello che sarà l’elemento architettonico più presente nel parco durante la nostra visita: il recinto. Ogni campagna di scavo aperta, ogni fondo visitabile, ogni elemento di pregio riconosciuto, dalle abitazioni private all’impianto sportivo, ogni componente del mosaico urbano trova la propria identità attraverso una perimetrazione; il concetto di margine si concretizza formalmente ogni qualvolta si incorra in un elemento degno di nota.
È davvero necessario che il margine si manifesti formalmente? Creare un museo a cielo aperto, per la gran parte sottoposto a vincoli, (spaziali e/o temporali) può essere la finalità ultima di parco archeologico-urbano o esistono altri modi di concepirlo?
Proseguiamo il nostro itinerario attraverso la via Sacra, una passeggiata archeologica realizzata negli anni Trenta del secolo scorso utilizzando la terra di risulta degli scavi del porto, con lo scopo di unire in un ideale collegamento, le antichità romane, il cimitero della grande guerra e il complesso basilicale.
All’ombra del doppio filare di cipressi, ci troviamo ad ammirare la struttura del porto fluviale, mentre sullo sfondo possiamo assistere ad un torneo di calcio tra squadre giovanili locali. Il contrasto tra il silenzio dei resti archeologici e l’animato vociare che arriva dal campo sportivo, pone un altro spunto di riflessione.
Entro quali limiti è auspicabile la coesistenza tra il presente e il passato, tra la tutela dell’antico e le necessità del contemporaneo?
Giunti all’incrocio tra la via Sacra e la vecchia ferrovia Cervignano-Aquileia Pontile per Grado, il cui sedime ospita oggi la ciclabile Alpe Adria, incuriositi dalla grande struttura sulla nostra destra, ci dirigiamo verso l’area denominata fondo Cossar. Il fondo, ad accesso vincolato alle ore diurne, ospita i resti della domus di Tito Macro, visitabile grazie ad una copertura in acciaio, legno e laterizio, che, oltre a proteggere i preziosi mosaici, allude all’articolazione volumetrica dell’antica residenza. L’intervento di musealizzazione della domus è frutto di un concorso di idee vinto dal gruppo guidato dall’architetto Eugenio Vassallo e coordinato dal collega Pierluigi Grandinetti. Guardandolo con attenzione campiamo come il progetto cerchi di rispondere alla necessità di alludere alla costruzione della casa romana senza incorrere nella mera copertura.
Restiamo all’esterno della struttura, con sguardo focalizzato su quella struttura in legno, acciaio e laterizio dibattendo sulla necessità di una musealizzazione così spinta, sul ruolo didattico che queste operazioni possano favorire e poniamo un ulteriore tassello alle nostre riflessioni; con il sole a picco sulle nostre teste, decidiamo di avanzare, continuando a discutere.
Il percorso naturale ci porta verso la Basilica, che si erge davanti a noi, ma passando per il cancello che si chiuderà dopo il tramonto l’accesso al fondo Cossar, ci troviamo dinnanzi a un nuovo manufatto: Domus e Palazzo Vescovile. Mi ricordo dai tempi della tesi di quell’area, di straordinaria importanza, ma ancora da esplorare. È infatti con le campagne di scavo del 2016 che si è potuto strutturare l’attuale progetto di valorizzazione firmato dagli architetti Tortelli e Frassoni. Esternamente, il fabbricato che trova sedime su quella che era la Stalla Violin, si dichiara con l’utilizzo di acciaio brunito dove viene narrata l’evoluzione del complesso basilicale. All’interno gli architetti risolvono con eleganza il tema della stratificazione dei resti, raccontando uno spaccato dell’evoluzione della città attraverso i secoli su livelli pavimentali diversi, in una sorta di viaggio nella storia di Aquileia. Da qui iniziamo a porci la questione delle epoche e di come si possa, da un punto di vista narrativo ed esperienziale raccontare la storia di una città che si struttura per strati sotto le suole delle nostre scarpe. Se in questo caso, l’espediente architettonico ha permesso di disegnare una struttura che si evolve verticalmente, l’interno parco ospita resti confusi di epoche diverse: come può essere raccontata l’evoluzione della città? Dobbiamo limitarci ad assistere questo paesaggio come una sorta di non-monumento o dobbiamo fare lo sforzo di comprendere quante e quali Aquileia stiamo visitando?
Continuando ad interrogarci, citando esperienze affrontante in contesti analoghi, proseguiamo verso la Basilica. Il complesso basilicale, in cui possiamo inserire anche l’area appena visitata di Stalla Violin è un’enorme macchina del tempo, dove percepire i molteplici modi di approcciarsi al tema dell’archeologia adottati da Tortelli e Frassoni.
Attraversando la principale piazza cittadina, notiamo subito come le geometrie delle pavimentazioni vogliano raccontare la storia della Basilica, indicandoci con chiarezza l’ubicazione e le dimensioni del complesso basilicale nella sua connotazione originale. Dall’interno della Basilica, oltre ad ammirare il famigerato pavimento mosaicato è possibile scendere sotto il piano di calpestio per visitare la Cripta degli Scavi, scoperta poco prima della Grande Guerra, che conserva le testimonianze di diversi edifici che si sono sovrapposti nel corso della storia. In adiacenza al Battistero a pianta ottagonale troviamo la Südhalle (sala sud). L’edificio museale, facente sempre parte della riqualificazione dell’area Basilicale, si articola come naturale estensione dell’esistente, utilizzando un rivestimento in pietra quanto più in assonanza con la Basilica; una grande vetrata ci permette di osservare al suo interno l’ampio tappeto musivo. Guardiamo con attenzione i dettagli, i materiali, gli allineamenti con l’intorno e ci chiediamo quanto possa essere sottile il limite tra una ricostruzione rispettosa dell’intorno e capace di narrare con la propria presenza un passato dimenticato e la necessità di celare ancora qualcosa, di scappare dall’esigenza (e forse responsabilità) di raccontare ogni aspetto della città.
Tuttavia, la tensione causata da questo dualismo ha spesso portato a conflitti e incomprensioni tra coloro che vivono quotidianamente questo luogo e coloro che si occupano dello studio e della conservazione dei suoi preziosi resti; dunque, dove poniamo questo limite? Con quale chiave di lettura possiamo dare una gerarchia ai segni della città? Iniziamo dunque gli ultimi passi in quell’area orientale della città, così ricca di stimoli, camminando sul prato che ospitava i grandi mercati romani. L’espediente di rappresentare a terra i segni dell’impianto architettonico qui non riesce a spiegare completamente la maestosità delle strutture, ma comprendiamo che alla densità di episodi appena attraversati si contrapponga anche l’esigenza di un momento di decompressione, uno sguardo sul paesaggio che ci circonda. Seguendo la recinzione che delimita il fondo Pasqualis e i sedimi delle mura romane, attraversiamo l’asse generatore della centuria romana, la via Giulia Augusta, corrispondente oggi alla regionale 352, con l’obiettivo di comprendere quale potesse essere l’estensione della città romana. Il traffico del week-end in direzione Grado amplifica quella cesura che esiste tra le due aree di Aquileia, una sensazione che ci viene confermata già dai primi passi, dove notiamo come quella ortogonalità romana, lascia spazio a una struttura urbana più morbida; le facciate degli edifici, le piccole vie, le linee curve, ci raccontano di una città molto diversa da quella vista sino a qualche minuto prima.
Ci troviamo dinanzi un nuovo layer nell’enorme patrimonio Aquileiese. Qui, infatti, trova sede il museo Archeologico Nazionale, una sorta di appendice di quanto osservato finora, il cui sedime percorre quello delle antiche mura romane, a chiudere idealmente il perimetro del parco archeologico.
Camminando lungo via Roma in direzione del municipio, i turisti lasciano spazio agli abitanti del centro storico; un’anziana signora, ci osserva, come se fossimo parte di quella sparuta schiera di curiosi che esplorano la città nella sua interezza. Lasciamo sulla nostra sinistra una piccola piazza ad uso parcheggio e seguiamo le indicazioni per l’area del Sepolcreto, passeggiando tra villette tipiche della bassa friulana e edifici storici per la gran parte riqualificati.
L’ingresso all’area del Sepolcreto si dichiara con l’ausilio di una pavimentazione lapidea e di una serie di sedute analoghe a quelle osservate all’inizio del nostro percorso; in questo caso l’intervento dell’architetto Steccanella ha la funzione di incoraggiare l’ingresso all’area, di dichiarare la presenza di un episodio all’interno del parco archeologico. Entrando nell’area, ci troviamo in un piccolo spazio residuale all’interno di giardini privati, si ha quasi la sensazione di dover chiedere il permesso: dinnanzi a noi l’unico tratto di necropoli attualmente visitabile ad Aquileia costituito da cinque recinti funerari. Si tratta di un’area ad accesso diurno, anche in questo caso, al tramonto diviene un’area preclusa al pubblico. Ci viene dunque spontaneo sommare tutte le aree sotto questa tutela oraria rendendoci conto che gran parte del lato orientale della città, al calare del sole smette di essere fruibile, diviene uno spazio sospeso, in attesa dell’alba per essere vissuto.
Quanto questo possa influenzare la vita di una cittadina di qualche migliaio di abitanti? Se da un lato saremo portati a credere che la città deve divenire patrimonio permanente e libero dei suoi cittadini, d’altro canto ci chiediamo quanto questo sia necessario in una realtà di tali dimensioni. Finita la visita al sepolcreto ci apprestiamo a rientrare verso l’area della Basilica, percorrendo via XXIV Maggio, dove un sistema di rilevati favorisce la percezione dell’area di scavo delle grandi Terme Romane. Area interdetta all’accesso, quella delle terme è una delle maggiori aree di scavo della città, ancora oggi in attesa di essere totalmente svelata ma di cui riusciamo a leggere la maestosità.
Raggiunta nuovamente l’asse di via Giulia Augusta, ci dirigiamo verso sud per visitare il fondo Cal. L’area, facente parte dei già citati spazi sospesi, ospita i resti di alcune domus all’interno di un interessante prato verde che a nostro avviso ha tutte le caratteristiche di un giardino pubblico. Quindi sorge spontaneo un pensiero sulla componente urbana del parco archeologico: è giusto che le funzioni della vita quotidiana cedano spazio al progresso degli scavi e limitarsi al ruolo di ospiti di un grande museo all’aperto? Si dovrebbe privilegiare la narrazione storica o quella naturale del territorio? Discutendo di questi temi decidiamo di concludere il nostro tour dirigendoci verso la più conosciuta area del foro romano. Il rumore continuo dell’intenso traffico rende la nostra conversazione così difficile, che ci poniamo la questione sul senso di un’arteria di tale portata all’interno di una città-parco e di come questa impatti sulla lettura spaziale del foro. D’altrocanto il tracciato è quello della via Giulia Augusta ed è in senso narrativo elemento costituente la matrice urbana di Aquileia; quella di arteria di comunicazione è l’unica funzione in sostanza rimasta inalterata sino ai giorni d’oggi.
Il foro, l’immagine più emblematica di Aquileia, che troviamo su pubblicazioni e cartoline, è riconoscibile grazie all’anastilosi di parte del colonnato che portico orientale; a conferma di quanto già detto, la differenza tra la qualità dello scavo tra lato est ed ovest è facilmente intendibile anche se scorgiamo un accesso recintato ai resti del decumano di Aratria Galla, che possiamo percorrere fino ad individuare le mura a zig-zag risalenti al VI secolo. Cerchiamo di prenderci del tempo per prendere confidenza con le dimensioni considerevoli del foro attendendo un semaforo verde che ci permetta di attraversare la strada.
Giungiamo alla parte est del foro e iniziamo a tirare le somme ritornando all’auto. Di per sé, Aquileia è un luogo affascinante in cui storia, paesaggio naturale e interventi umani si fondono, non sempre in armonia.
Dovrebbe essere considerato un parco archeologico urbano o le funzioni della vita quotidiana dovrebbero cedere spazio al progresso degli scavi limitandosi al ruolo di ospiti di un grande museo all’aperto? Dovrebbe privilegiare la narrazione storica o quella naturale del territorio? Non riusciamo a darci risposte, ma sicuramente abbiamo moltissime domande su cui riflettere risalendo in auto e tornando verso casa.
Articolo per conto dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Udinea pparso sul n°117 della rivista VistaCASA luglio-agosto 2023
Testo: Nicola Sutto
Fotografie: Elia Falaschi