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Il 31 marzo, presso la Libreria Tarantola di Udine, è stato presentato il primo intervento dedicato al rapporto tra architettura e alta montagna, inaugurando il ciclo di tre incontri organizzati dal nostro progetto culturale. Grazie al contributo di Alessandro Comina in merito al lavoro di ricerca svolto in ambito accademico presso il Politecnico di Torino (2025), l’incontro ha posto al centro del dibattito il tema delle trasformazioni che stanno interessando i territori alpini e, in particolare, le infrastrutture sciistiche.

Il fenomeno dell’abbandono

La progressiva dismissione di questi impianti, un tempo emblema di modernità e sviluppo tecnologico, sta alimentando inevitabilmente il fenomeno dell’abbandono, proliferandosi capillarmente nelle aree montane di tutta Europa e introducendo al tempo stesso un connubio di complesse dinamiche ambientali, economiche e sociali con cui misurarsi. Il cambiamento climatico [Foto 1], con la riduzione dell’innevamento naturale e l’instabilità delle precipitazioni, insieme all’aumento dei costi energetici e ai limiti gestionali di infrastrutture ormai obsolete, ha reso evidente la vulnerabilità del modello turistico tradizionale legato agli sport invernali.
Come evidenziato dai Dossier Nevediversa dell’Associazione Legambiente, il numero di impianti dismessi presenti sul territorio nazionale è cresciuto del 107% in sei anni, passando da 132 nel 2020 a 273 unità quest’anno. Un’espansione tanto marcata quanto disomogenea, tale da rendere imprescindibile l’elaborazione di strategie di rigenerazione sistemiche e trasversali, calibrate a livello locale in base alle specificità di ciascun contesto territoriale.

Buone pratiche per il futuro

Di fronte a questa immobile eredità materiale, emerge la necessità di una riflessione profonda sulle politiche di gestione delle aree interne. Non si tratta soltanto di intervenire sul recupero fisico delle strutture dismesse, eterogenee nelle forme a seconda dell’entità, della consistenza e del loro stato dell’arte, ma di un completo rinnovamento del rapporto che intercorre tra una efficace governance multilivello, integrata da sinergie multi-attore, e una rinnovata concezione del turismo, capace di produrre nuovi orientamenti progettuali.
In questo quadro, nella consapevolezza che non esistono soluzioni universali, emergono tuttavia modalità operative generali condivise anche a livello sovranazionale da parte di organizzazioni come la C.I.P.R.A. (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi). Alcune di esse contemplano, da un lato, la riconversione funzionale delle infrastrutture esistenti verso nuovi usi compatibili con il territorio, orientati a forme di turismo lento ed esperienziale capaci di valorizzare le peculiarità locali (dalla storia alle tradizioni, dalla natura all’enogastronomia, dagli eventi culturali alle feste popolari) promuovendo al contempo pratiche sportive che esulano dallo sfruttamento intensivo della neve.
Dall’altro, gli interventi di bonifica e ripristino ambientale rappresentano interventi da prediligere, associandoli contestualmente ad un recupero generalizzato del materiale, in particolare metallico, da reimmettere in filiere locali secondo principi di circolarità, in coerenza con la salvaguardia del patrimonio paesaggistico italiano. Centrale rimane il coinvolgimento attivo delle comunità locali nei processi decisionali, così da costituire modelli partecipativi e inclusivi basati sulle identità, sulle singolarità e sui bisogni dei territori, a sostegno della loro vitalità economica e sociale.

 

Il progetto A.D.I.R.A.

Da questa visione generale prende forma A.D.I.R.A. (Archivio Digitale sugli Impianti di Risalita Abbandonati), un progetto di mappatura territoriale che realizza il primo censimento nazionale sulle infrastrutture sciistiche dismesse in Italia. Fondato sull’integrazione di sistemi informativi geografici (GIS) e su un approccio empirico, A.D.I.R.A. raccoglie, elabora e unifica in un unico ambiente digitale i dati pubblicati dall’Associazione Legambiente, dall’ONLUS Mountain Wilderness e da altre fonti istituzionali e indipendenti, colmando la frammentazione delle informazioni e fornendo una letteratura organica sul tema.
Ad oggi, l’indagine applicata su sette regioni dell’Arco Alpino italiano, ha consentito la georeferenziazione di 115 impianti e di 1.164 manufatti. Strutturato secondo un processo [Foto 4] articolato di ricerca, elaborazione, archiviazione e condivisione, il progetto assicura tracciabilità, accuratezza geografica e interoperabilità dei dati, organizzandoli su due livelli: le Schede Impianto, dedicate ai comprensori nel loro insieme, e le Schede Strutture, riferite ai singoli elementi costitutivi (piloni, stazioni ed edifici di servizio). Ogni scheda integra parametri univoci, geografici, descrittivi e di processo, oltre a collegamenti esterni che garantiscono l’affidabilità delle informazioni, l’implementazione di nuovo materiale proveniente dai sopralluoghi e la completa fruibilità dell’archivio fotografico , delineando un modello di catalogazione flessibile nel tempo.
Elemento centrale del progetto è il WebGIS, concepito come piattaforma di conoscenza articolata su più livelli. Gli enti e le amministrazioni vi accedono con funzioni di consultazione, verifica e aggiornamento dei dati, utilizzandolo come strumento operativo a supporto delle politiche di governance e di pianificazione territoriale. I cittadini, attraverso un accesso dedicato, possono invece visualizzare le informazioni, proporre segnalazioni o suggerire integrazioni, contribuendo in modo partecipativo al processo di costruzione e validazione del database.
In questa duplice prospettiva, A.D.I.R.A. si pone al servizio dei soggetti pubblici in materia di pianificazione e gestione territoriale come strumento tecnico di supporto per incentivare il riconoscimento formale di questi siti da parte degli strumenti di governo del territorio, incentivando l’attuazione di progetti di recupero e di riqualificazione degli ambiti di intervento individuati.

Il caso studio del Monte Farno, Gandino (BG)

A rafforzare tale impostazione, è stato sviluppato il progetto di rigenerazione del Monte Farno (uno dei siti individuati dal progetto cartografico), che rappresenta un caso studio virtuoso di pianificazione integrata e cooperazione attiva del territorio. Realizzato in collaborazione con l’amministrazione comunale, l’intervento interessa l’area dell’ex Colonia delle Orsoline , uno spazio sottoutilizzato adiacente l’unico accesso alla Conca del Farno e individuato dal P.G.T (Piano di Governo del Territorio) lombardo come ambito di recupero.
L’intervento si inserisce all’interno di una più ampia strategia di riorganizzazione territoriale, finalizzata a migliorare la fruibilità complessiva dell’area e a rafforzarne la connessione con il centro abitato di Gandino. In tale prospettiva, il progetto promuove una mobilità sostenibile e un’integrazione di sistemi di controllo del traffico veicolare, insieme a una rinnovata qualità degli spazi pubblici e delle strutture di accoglienza turistica, privilegiando interventi architettonici leggeri e capaci di coinvolgere attività locali in nuovi spazi collettivi dedicati alla comunità e ai visitatori . In attuazione delle prime fasi progettuali, l’amministrazione comunale ha già provveduto alla demolizione della colonia (Ottobre 2025), rappresentando l’avvio di un processo orientato a nuovi indirizzi di intervento.
Inoltre, sempre a Gandino, grazie al finanziamento della Fondazione Cariplo, ottenuto nell’ambito del Bando ALTe 2025 (Alpine Leisure Transformation) da un partenariato composto dalla Provincia e dall’Università degli Studi di Bergamo, dal Comune e da Officine Condor, è stato possibile avviare diverse azioni sul territorio, fra le quali un percorso partecipato e di attivazione sociale che ha incluso il ripensamento funzionale degli ex piloni della Seggiovia del Farno . Coordinato da Lucio Bosio di Officine Condor, autore di buone pratiche sin dal 2014 grazie al suo “Progetto seggiovia”, il percorso ha coinvolto la popolazione locale in attività di co-progettazione e autocostruzione, portando all’installazione di arredi pubblici nei pressi del centro storico del paese. Questi esiti, coerenti con le esigenze emerse, rappresentano vettore di memoria storica ed esempi concreti di upcycling.

Idee che diventano realtà

Le esperienze descritte convergono con la visione dell’Associazione ReAlps, collettivo multidisciplinare e laboratorio territoriale nato per trasformare le infrastrutture dismesse in nuove “geografie del possibile”. Attraverso la ricerca e l’ascolto dei territori, il progetto riattiva spazi marginalizzati tramite il riuso creativo di materiali, l’autocostruzione e interventi leggeri capaci di ridurre l’impatto ambientale. Coinvolgendo comunità e professionisti in processi di co-progettazione, ReAlps risponde ai bisogni locali e accompagna percorsi di rinaturalizzazione per ristabilire l’equilibrio tra uomo e montagna. L’obiettivo è valorizzare lo scarto e la memoria dei luoghi come risorse vive, promuovendo un modello dell’abitare condiviso e sostenibile.

Conclusione

La montagna nella contemporaneità si deve definire non più come limite marginale, bensì come laboratorio di sperimentazione in cui la crisi ambientale ed economica si traduce in un’opportunità di attivazione di nuovi processi culturali e territoriali. Le “terre alte” si delineano così come ambiti nei quali la crisi del modello sciistico tradizionale può trasformarsi in occasione di sviluppo di nuove forme di abitabilità e di economia, più resilienti, destagionalizzate e diversificate, confermando l’attitudine della montagna a rinnovarsi costantemente, in relazione alle trasformazioni dettate dal contesto storico-culturale di riferimento.

Articolo a cura di: Alessandro Comina

Fotografie: fornite dall’autore