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Emilio Mattioni fu una tra le figure più rilevanti del panorama architettonico friulano. Purtroppo però, osservando i personaggi che hanno contribuito a formare e consolidare una scuola friulana dell’architettura, la sua persona e la sua opera passano spesso in secondo piano. Il suo carattere riservato e introverso e la radicale decisione di non pubblicizzare il suo lavoro, hanno fatto sì che Mattioni sfuggisse ai radar regionali, figuriamoci a quelli nazionali. La volontà di non apparire, di preferire il silenzio all’attenzione della critica, (a patto che questa esista in Friuli), è stata la prima caratteristica che ho estrapolato dei nostri incontri, iniziati nel 2019.
Le interviste che Mattioni mi ha concesso si svolgevano quasi sempre di sabato mattina, nella sua casa in Via Ampezzo a Udine, progettata da Ermes Midena. La casa, piccola e ben distribuita, oltre a rappresentare l’eleganza delle scelte e l’estrema cura nei dettagli riscontrabile in tutte le opere del Midena, era riempita in ogni dove di libri; libri custoditi nelle librerie di Lips Vago in metallo nero, ammucchiati sul tavolo da
pranzo o sul tavolino del soggiorno, oppure addirittura appoggiati sul pavimento a formare pile da scartare per raggiungere il divano, dove potevano partire le nostre conversazioni.
A rendere ancora più ingombrante il peso della Cultura in quella casa erano i molteplici quadri precisi, geometrici e
colorati di Carlo Ciussi. Se è vero che si impara molto osservando le case abitate dagli architetti, nella piccola casa di Mattioni era evidente la levatura e il respiro culturale del personaggio. La lettura, forse la sua prima grande passione, gli aveva permesso di espandere e approfondire i
propri interessi, che partivano dalle scienze esatte, passavano per la storia e geografia fino ad arrivare alla filosofia.

 

Fin dai nostri primi incontri, Mattioni è stato sempre riluttante a parlare dei suoi edifici, cercando di portare la conversazione ad un livello più alto delle contingenze, o di dati problemi particolari, facendomi capire che l’architettura vera è quella generata e sostenuta da una solida base culturale. Trovo che il primo elemento importante dell’opera di Mattioni sia proprio questo: l’ampia preparazione intellettuale gli ha sempre permesso di ottenere una visione ampia sulle questioni della società moderna e dare una risposta precisa ai problemi incontrati. Questo aspetto, a mio avviso, lo fa appartenere ad una stretta schiera di architetti che hanno cercato di interpretare a loro modo la propria epoca, enfatizzandone le caratteristiche principali. Non è un caso che l’opera di Mattioni sia imperniata, oltre che su una vasta attività urbanistica, sulla progettazione di edifici industriali, complessi scolastici (con Renzo Agosto), interi quartieri (i PEEP con Agosto e Gianugo Polesello) e infrastrutture. Tutti questi progetti, nati da continue riflessioni sul rapporto tra edificio, territorio e società, suggeriscono che l’obbiettivo finale di Mattioni e i suoi colleghi di studio fosse quello di dare struttura e forma ad un territorio attraversato da grandi cambiamenti economici e sociali come quello friulano del dopoguerra.
Questo aspetto si percepisce soprattutto nelle fabbriche, curate da Mattioni in prima persona, intese non come edifici isolati nel territorio ma come singoli capitoli di una grande infrastruttura, in grado di reggere e anticipare il veloce e imprevedibile sviluppo economico degli anni ’60.
Questa profonda consapevolezza nella pianificazione urbanistica, nell’arte di disporre gli edifici in un territorio, si accompagna ad una grande capacità costruttiva, che permette a Mattioni di controllare l’intero processo architettonico. Questo è, forse, il secondo carattere principale del suo operato: l’estrema lucidità e chiarezza con cui finalizza ogni parte dell’oggetto architettonico rendendolo coerente con le sue premesse urbanistiche. Il modo in cui Mattioni cura il dettaglio e la
sapienza o il rispetto con cui utilizza i materiali si rifà sicuramente ad una grande tradizione di costruttori friulani come Provino e Gino Valle, Midena, Pietro Zanini, Gianni Avon fino ad arrivare al
suo collega Agosto. Tutti questi professionisti sono accomunati da una solida “certezza tecnologica” e una grande “sicurezza del mestiere”, due termini utilizzati da Luigi Pellegrin nel
descrivere l’opera di Midena, sulle pagine “L’Architettura, Cronache e Storia”.
Il terzo ed ultimo elemento che mi sento di estrapolare dalle architetture di Emilio Mattioni è la capacità con cui riesca a dare una connotazione poetica al progetto, al fine di nobilitarne la figura e moltiplicarne le possibili interpretazioni con pochi e semplici gesti senza ricorrere a soluzioni acrobatiche e costose. Basta osservare la monumentale simmetria Palladiana del Maglificio di Magnano in Riviera, i famosi 80 oblò della “Prua di nave” Dormisch, il grande scavo dello Stabilimento Delser o il grande oggetto riflettente delle Manifatture di Gemona del Friuli per rendersi conto di come questi gesti donano riconoscibilità e elevano la figura del banale “capannone” ad opera di architettura degna di essere ricordata. Vorrei infine, concludere questa personale interpretazione dell’opera di Emilio Mattioni citando di nuovo l’articolo su Midena di Luigi Pellegrin, che penso riassuma in maniera esatta l’importanza di questi architetti silenziosi e un po’ dimenticati, ma degni di essere ricordati come i loro edifici: “Questo l’architetto udinese Ermes Midena (…) Esempio costante di ricezione europea, il cui valore morale non può sfuggire a nessuno. Quando il centro cede, quando Roma e Milano si chiudono nell’autarchia, la tradizione moderna in Italia è affidata agli uomini onesti della provincia che costituiscono la vera riserva di
una civiltà artistica che, da oltre un secolo, rischia di cadere nel provincialismo.”

Articolo a cura di: Antonio Soramel

Fotografie: Elia Falaschi